ROMA - La “percezione” negativa, in alcuni casi l’ostilità, che pezzi consistenti della cittadinanza europea manifesta nei confronti degli stranieri, sono il risultato delle politiche di molti Stati europei e dell’Unione europea in tema di immigrazione. Un esempio? Il 15 ottobre 2008, a Bruxelles, è stato ufficialmente adottato il “Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo”, approvato il 25 settembre dai Ministri dell’interno dei 27 paesi membri della Ue. Si tratta di un documento politico che traccia i paletti d’azione entro cui gli stati membri dovranno muoversi d’ora in poi, oltre a definire una linea comune per come affrontare il tema complesso dell’immigrazione. Il patto è la base per uniformare le politiche dei 27 sia in materia di diritto d’asilo, che di flussi migratori e lotta all’immigrazione clandestina. Attraverso provvedimenti quali l’adozione di una “carta blu”, l’Ue cerca di garantirsi la forza lavoro di cui ha veramente bisogno (quindi operai specializzati, studenti, ricercatori), cercando di modellare l’arrivo dei migranti in base alle esigenze specifiche di ogni singolo paese. Questa “accoglienza”, condizionata da risvolti economici, si ritrova anche nella decisione di dare un ulteriore giro di vite sui ricongiungimenti familiari, che, più che garantiti sulla base dei diritti familiari, dovranno essere compatibili con le possibilità decise dai singoli governi, quindi in base a reddito, disponibilità di alloggi e domicilio e addirittura capacità di integrazione, valutata, per esempio, attraverso le competenze linguistiche dei familiari che richiedono il visto.
Novità anche per la lotta all’immigrazione clandestina, che sarà gestita in maniera più concertata (i paesi del Mediterraneo sperano così in una maggior cooperazione per sostenere il peso degli arrivi da sud) e saranno rinforzati i controlli alle frontiere con un potenziamento dell’agenzia Frontex, sia a sud, che ad est. L’Ue si è inoltre impegnata a introdurre al più presto i visti biometrici, che si basano sulla schedatura della mappa dell’iride, oltre che delle impronte digitali. Messe al bando le sanatorie per gli irregolari (con possibilità però di fare eccezioni), gli stati membri della Ue sono invitati a rimpatriare gli stranieri, anche grazie a nuovi strumenti come voli di rimpatrio congiunti e banche dati condivisi. Sono due, tra i tanti, gli aspetti del Patto preoccupanti: il diritto d’asilo e la fuga di cervelli e manodopera specializzata dai paesi poveri.
Il patto, pur presentandosi come difensore dell’accoglienza, in effetti non propone nessuna facilitazione per i richiedenti asilo, che potrebbero essere costretti a dover presentare domanda mentre si trovano ancora nel loro paese di origine. Sarà infatti difficile dimostrare la fondatezza della richiesta dello status di rifugiato con l’inasprimento dei controlli della Frontex. La definizione di una politica d’asilo condivisa è inoltre stata posticipata dal 2010 al 2012. Nell’attesa, il Patto parla di messa in coerenza delle procedure, espressione che è stata preferita a quella più vincolante di “armonizzazione” delle procedure. La società civile dei paesi di provenienza dei migranti sono ancora più preoccupate dell’immigrazione cosiddetta “circolare”, cioè selettiva e a tempo. L’Europa cerca cioè di scegliere i suoi immigrati, favorendo in questo modo quella fuga di cervelli che molti paesi poveri vedono tra le principali cause delle loro difficoltà di sviluppo. Il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati ha espresso “forti riserve sulla direzione presa dal dibattito sull’immigrazione”, perché il Patto non affronta di petto i problemi che causano l’immigrazione, e concentra l’azione politica più sul controllo e la sicurezza che sulla volontà di garantire i diritti umani. Preoccupazione anche da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che chiede all’Unione europea misure concrete per assicurare il diritto d’asilo che tale principio venga rispettato”.
''Esistono più voci, nell'informazione, nella cultura, nelle forze politiche, che spingono a forme più o meno raffinate, di diffidenza, intolleranza, contrasto, violenza'', scriveva Don Vittorio Nozza, Direttore della Caritas Italiana, il 26 settembre 2008 in un’editoriale sull”Osservatore Romano”, facendo riferimento al Patto per l'immigrazione e il diritto d'asilo. In particolare, il direttore della Caritas italiana sottolineava che i richiami ai principi istituzionali relativi all'accoglienza, alla tolleranza e alla convivenza fra i popoli non sono più sufficienti di fronte alla svolta culturale xenofoba in atto. ''Ci si deve interrogare circa i cambiamenti culturali in atto'' spiegava don Nozza, rimarcando che ''i valori presenti nella cultura istituzionale e nel diritto internazionale (si prenda il caso dell'asilo) non sono più considerati valori comuni''.
''E' urgente pertanto - proseguiva il testo - una rinnovata tensione e azione pedagogica. In quest'ottica deve essere chiaro che quando la Chiesa predica i valori di rispetto della dignità, solidarietà, condivisione tra i popoli, di incontro tra le culture e le religioni non fa battaglie politiche ma - a partire dai principi evangelici e dall'azione che dispiega giorno per giorno - precisa solo i presupposti sui quali la politica deve costruire''. ''Si tratta - si leggeva ancora nell'articolo - di un contributo morale, culturale, di esperienza, di disponibilità del quale, a nostro avviso, la politica ha bisogno''. Il direttore della Caritas rilevava come il fenomeno migratorio metta ''a nudo principalmente due problemi: la giustizia distributiva e la giustizia politica. Circa il primo problema è palese che la povertà, il sottosviluppo e la disperazione di molte persone sono drammatici. Spesso queste situazioni portano le persone ad intraprendere rischiosi viaggi verso l'Europa, che per molti finisce con la morte''. ''L'unica soluzione - aggiungeva don Nozza - a questa che è una vera tragedia umanitaria, è che i Paesi del primo mondo adottino politiche globali di giustizia redistributiva''.
Poi c'è un secondo problema di giustizia politica, ''e qui la ricerca del bene comune, cioè la politica, deve fare la sua parte, riaffermando il primato della persona umana''. ''La politica infatti - si legge ancora - è creazione di opinioni non tenute al guinzaglio dell'opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini; è azione capace di operare affinché si determinino cambiamenti nell'opinione pubblica imperante''. Per questo, secondo don Nozza ''intristisce quando, dal mondo politico, arrivano segnali contrari che - per mitigare le frustrazioni di chi vede riflesse nell'altro, nel diverso le proprie insicurezze - alimentano un clima di paura e di intolleranza''.
Il testo è estratto
dal Dossier dell'Agenzia Vaticana Fides
IL FENOMENO DELLE MIGRAZIONI IN EUROPA
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