MINORI - Fu Benedetto XVI in visita il 18 marzo 2007 all’istituto penale per minorenni di Roma - è il principale istituto per minorenni della capitale: il carcere di Casal del Marmo - a dire ai ragazzi: «Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non intaccano la fedeltà del suo amore». A significare l’atteggiamento inequivocabile col quale la Chiesa ha sempre guardato a coloro che, per i motivi più svariati, sono detenuti, e soprattutto ai bambini e agli adolescenti incarcerati. Occorre insomma non dimenticare mai che da ogni sbaglio, pur grave, è possibile ripartire. Certo, vivere bene, amare, è difficile. E si può sbagliare. Ma, come ha detto il Papa, «Dio è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura». E, quindi, gli errori che commettiamo, anche se grandi, non intaccano la fedeltà del suo amore. «Nel sacramento della confessione - ha detto ancora Benedetto XVI - possiamo sempre di nuovo ripartire con la vita: Egli ci accoglie, ci restituisce la dignità di figli suoi. Riscopriamo quindi questo sacramento del perdono che fa sgorgare la gioia in un cuore rinato alla vita vera». La Chiesa è consapevole che dei minori in carcere se ne parla pochissimo. E per questo sovente non esita a ricordare come il problema esista, sia grave, e vada affrontato. Perché non dare speranza a un minore incarcerato significa compromettere tutta la sua futura esistenza, significa condannarlo a una vita inevitabilmente marchiata dalla violenza e dall’odio. Invece occorre ricordare l’importanza di educare chi si trova in carcere, soprattutto se minorenne. E in questo modo concedere lui un futuro. Ed è anche per ricordare questa basilare regola di vita che l’agenzia Fides intende dedicare un intero dossier alla situazione dei minori nelle carceri perché, come abbiamo ricordato nel titolo, “Nessuno nasce delinquente”.
Fu Giovanni Paolo II a ricordare, nel 2000, in occasione del Giubileo nelle Carceri, che «la pena non può ridursi ad una semplice dinamica retributiva, tanto meno può configurarsi come una ritorsione sociale o una sorta di vendetta istituzionale. La pena - disse il Papa -, la prigione hanno senso se, mentre affermano le esigenze della giustizia e scoraggiano il crimine, servono al rinnovamento dell’uomo, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società». L’educazione volta al reinserimento nella vita sociale è per un minorenne incarcerato fondamentale. Anche perché, altrimenti, il rischio è quello che la realtà carceraria diventi l’orizzonte entro il quale guardare la propria vita e quella degli altri. E l’orizzonte spesso è fatto anche di soprusi subiti, violenze dalle quali è difficile sottrarsi.
È chiaro che educare non significa semplicemente insegnare una serie di regole da seguire. No: il minore deve essere in grado, poi, di operare una scelta tra il rispetto o la violazione delle norme. In sostanza, una sana educazione, soprattutto in carcere, deve portare il minore verso un cammino di consapevolezza, autonomia, coscienza e, in senso più ampio, di crescita. Educare alla libertà significa educare alla scelta, attraverso diversi passaggi, il fondamentale dei quali è l’elaborazione del reato, che può essere definita come consapevolezza di quanto è stato fatto e dei motivi per cui è stato compiuto, come coscienza e responsabilizzazione, che portano poi il minore a comprendere che ciò che è stato fatto è male per chi l’ha compiuto, come per chi l’ha subito.
Fin qui i casi di minori in carcere perché hanno commesso reati. Ma esistono anche, e sono tantissimi, casi di minori costretti a stare in carcere perché la detenzione la deve scontare un genitore, spesso la madre. È, in questo caso, il carcere un luogo sano in cui far crescere un bambino? È giusto che un minore passi in carcere alcuni anni della propria adolescenza per colpe non sue? Come ricordiamo in questo dossier, esiste la Convenzione dell’ONU ed esistono i suoi principi fondanti che prendono il nome di non discriminazione, il principio di superiore interesse del bambino, il diritto a vita, sopravvivenza e sviluppo e l’ascolto delle opinioni del bambino. Principi, purtroppo, spesso disattesi, soprattutto negli angoli remoti del pianeta, dove più si concentra il teatro del degrado. Perché è ovvio a tutti che la violenza genera violenza mentre la speranza genera altra speranza. Quando questa si rende evidente, anche in condizioni ai limiti della sopravvivenza, è possibile una vita piena e dignitosa. Al contrario, la delinquenza diventa solo uno dei tasselli portanti di una vita maledetta. Come accade, purtroppo, per troppi minori nel mondo. Questo dossier vuole riportare alla luce un problema della nostra società ancora oggi troppe volte nascosto. Per riflettere e far riflettere. Per ricordare che un minore in carcere deve essere educato alla vira e alla speranza, per il bene suo e di tutta la società. Per ricordare che ogni carcere, a maggior ragione quello minorile deve educare alla speranza, non all’odio e alla violenza. Solo con un grande impegno di tutti noi per l'Evangelizzazione di Popoli, forse riusciremo ad attenuare questa piaga, che nasce proprio dal non vivere, non conoscere, trascurare, non diffondere la Parola del Signore nella fedeltà al Magistero del Suo Vicario in Terra.
La situazione dei minori nel mondo e le cause della delinquenza
Nessuno nasce delinquente, ma molteplici, in tutti gli angoli del mondo, sono le cause che portano bambini e ragazzi a rinunciare alla propria età e a iniziare percorsi legati all’illegalità. Attualmente circa 1 miliardo e 300 mila persone nel mondo vivono al di sotto della soglia di povertà, vale a dire con meno di un dollaro al giorno. Nel mondo occidentale, in quello sviluppato, il disagio giovanile deriva principalmente dalla disgregazione dell’istituzione familiare e dal non riuscire a primeggiare, secondo i canoni che detta la società contemporanea. Nel nord del mondo grandi sono le problematiche legate ai flussi migratori e alle difficoltà di integrazione delle famiglie straniere e dei giovani immigrati. La povertà, la difficoltà di accedere alle risorse primarie, la fame, le malattie, lo sfruttamento dei paesi ricchi e le guerre che imperversano in molti dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, sono certamente tra le cause principali di infanzie che finiscono troppo presto, e di giovani che arrivano nelle carceri, a scontare una pena e una vita peggiore di quella che si potrebbe vivere al di fuori; bambini e adolescenti che troppo presto si occupano delle questioni dei grandi: sono più di 250 mila i ragazzi e le ragazze utilizzati come soldati, e sottoposti, quindi ad una grande violazione dei loro diritti fondamentali. A partire dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia, approvata nel 1989, in questo senso, si stanno facendo evidenti progressi; sono, però, ancora numerosi i paesi in conflitto, o reduci da conflitti bellici, nei quali la situazione di minorenni usati come soldati è gravissima. In particolare le violazioni di maggior rilievo si ritrovano in Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Costa d’Avorio, Iraq, Liberia, Myanmar, Nepal, Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan e Uganda. I conflitti favoriscono l’arruolamento dei minori; quanti rimangono orfani o privi di casa, decidono di propendere per la sicurezza dell’esercito, piuttosto che per l’incertezza della strada. Sempre più numerose negli eserciti sono le ragazze, per le quali la disperazione per l’arruolamento si unisce a quella delle terribili violenze che vengono perpetrate nei loro confronti da parte degli altri soldati. I più fortunati riescono a raggiungere i campi di deplacès, gli sfuggiti alla guerra. Con le guerre, oltre alla speranza, muore una parte consistente dei giovani al di sotto dei 18 anni nel mondo. La mortalità infantile, che gli Obiettivi del Millennio vorrebbero ridotta dei due terzi entro il 2015, è in realtà, a livelli preoccupanti: ogni giorno, secondo l’ultimo rapporto Unicef sulla condizione dell’infanzia nel mondo, muoiono più di 26000 bambini al di sotto dei cinque anni, molti dei quali per cause che potrebbero essere risolte: guerre e malattie, soprattutto, molte delle quali in Occidente sono state debellate da decenni, oppure che sono facilmente curabili (diarrea, malattie infettive). Grave nemico dei bambini sono l’AIDS/HIV, malattie che nella maggior parte dei casi, contraggono dalle madri; l’età media dei giovani che contraggono la malattia si sta abbassando vertiginosamente. Solo nel 2007 più di 350 mila bambini e ragazzi (tra 0 e 15 anni) hanno contratto l’HIV, una infezione che degenera presto, se non curata in maniera veloce ed adeguata. Per prevenire e migliorare le cure di questa malattia si stanno muovendo gli sforzi delle istituzioni e delle organizzazioni non governative, che, numerose, sparse nel mondo ed operose, rappresentano grandi punti di riscatto e dignità per i poveri e gli ultimi della terra. Un altro esempio emblematico di infanzia a rischio, come quella dei bambini soldato, concentrati, soprattutto nelle zone africane, è quella dei bambini delle favelas, tipica dell’America centro-meridionale: bambini che vivono in zone che oltrepassano i limiti del degrado, case fatiscenti, accatastate le une sulle altre, costruite alle periferie delle grandi città, dove i servizi primari non esistono, le fogne e i corsi d’acqua sono a cielo aperto, luoghi dove i diritti sembrano non esistere. Bambini e giovani che, fin da piccoli, sono testimoni coinvolti in vicende di sangue e narcotraffico – attività che trova, nelle favelas grande possibilità di incremento, tanto che spesso, i bambini si trovano a stretto contatto con sostanze stupefacenti, o costretti a sniffare colla, a mò di tranquillante (il fenomeno dell’uso delle droghe da parte dei giovani è, però, in preoccupante aumento anche nella parte più benestante del mondo). In una situazione già grave e difficile da vivere, i diritti dei minori vengono violati anche dalla famiglia: in special modo nel fenomeno delle favelas, ma in generale in tutte le situazioni di disagio sociale, quest’ultimo si accompagna alla violenza domestica nei confronti dei minori. Violenza vuol dire anche madri che, rimaste vedove o sole, costringono i figli a cercare un lavoro, qualsiasi tipo di lavoro, anche quello sulla strada legato alla prostituzione, per guadagnare qualche soldo. In una città grande come Rio de Janeiro, in Brasile, il numero di bambini delle favelas è impressionante; solo cinquantamila, dopo il lavoro, tornano a casa, gli altri continuano a vagare per la città in cerca di cibo, dormono sotto i ponti, e sono spesso le vittime privilegiate dagli ‘squadroni della morte’: nel migliore dei casi vengono arruolati come piccoli corrieri della droga, e spesso, secondo le statistiche entro un anno, vengono uccisi dalle bande rivali; nel peggiore dei casi, vengono eliminati subito, perché “randagi”. In Asia, oltre alle violazioni subìte dagli altri minori del mondo, una è particolarmente evidente: lo sfruttamento sessuale dei minori, maschi e femmine, per il quale si è diffuso un fiorente turismo che parte dai paesi ricchi. Bambini che, per pochi soldi, sono costretti ad accondiscendere ai desideri di uomini e donne che li sottomettono, ponendo a tema la supremazia di razza e di condizione sociale. Un fenomeno in aumento poiché le mete preferite per questo tipo di turismo sono povere e quindi appetibili e poco dispendiose. Minori abituati a vedere armi, violenza, dolore, sangue, morti e ‘strane sostanze’ fin da piccoli, a subire violenze e a non conoscere affetto, opportunità e diritti: con quale probabilità si potranno salvare da una vita di delinquenza o di riscatto a tutti i costi? La Convenzione dell’ONU e i suoi principi fondanti (la non discriminazione, il principio di superiore interesse del bambino, il diritto a vita, sopravvivenza e sviluppo, e l’ascolto delle opinioni del bambino) sono spesso disattese e sconosciute, negli angoli remoti del pianeta, dove più si concentra il teatro del degrado. (vedi anche un sacco di fagioli: http://www.idiecicomandamenti-blog.net/?cat=1)
La violenza genera violenza e la speranza genera altra speranza. Quando questa si rende evidente, anche in condizioni ai limiti della sopravvivenza, è possibile una vita piena e dignitosa. Al contrario, la delinquenza diventa solo uno dei tasselli portanti di una vita maledetta. Come accade, purtroppo, per troppi minori nel mondo.
In carcere ancor prima della nascita
Il carcere non è la deriva solo per chi, bambino o giovane, si trova ad affrontare il disagio e la povertà. Spesso la difficoltà della detenzione si conosce fin da prima della nascita. Soprattutto in Italia, le donne in gravidanza o con bambini piccoli che vengo accusate di qualche reato, per cui è prevista la detenzione, sono costrette a portare con sé i propri figli. Spesso, infatti, non esiste un padre a cui poter affidare il bambino, o è anche egli sottoposto a misure detentive. Una soluzione che tende a non dare vita ad una dolorosa separazione, quella tra madre e figlio, ma che da poca importanza al dramma dei troppi minori che vivono nelle carceri: bambini che escono per l’ora d’aria, come le donne adulte, che si spaventano quando vedono persone diverse da quelle che vedono quotidianamente, che sentono (e ricorderanno) per tutta la vita, il suono delle chiavi che aprono la cella, che svolgono tutte le attività proprie dei bambini in carcere, dove passano perfino il Natale, la Pasqua, l’estate. In Italia, solo nel carcere di Rebibbia (Roma), sono detenuti circa 31 bambini, mentre il nido ne può ospitare meno della metà. Alla fine del 2007, in Italia erano funzionanti 18 asili, 68 erano le madri con minori negli istituti di detenzione, 23 in stato di gravidanza e 70 i bambini con meno di tre anni, detenuti con le rispettive madri. La Lombardia, in assoluto, è la regione che fa registrare i numeri più alti: 20 detenute con figli, 20 bambini con meno di tre anni, 14 detenute in gravidanza; segue il Lazio, con 17 detenute con figli, e sei in gravidanza. Occorre dire che il provvedimento dell’indulto, approvato nel luglio del 2006, ha notevolmente diminuito il loro numero, mentre per quanto riguarda i detenuti adulti, le carceri sono in fase di collasso: all’inizio del 2008, erano detenuti nelle carceri italiane 49442 persone, circa seimila in più di quanto previsto. Quello della detenzione dei minori a seguito delle madri è un fenomeno che sembra di minore importanza, ma che disgrega, in maniera seria e duratura, il rapporto tra genitori e figli, le cellule stesse dell’istituzione della famiglia. Un’altra legge, la 40/2001, che prevede una serie di misure per evitare il carcere alle madri, è spesso disattesa, soprattutto quando si tratta di donne straniere, che non hanno un’abitazione in cui scontare la condanna, attraverso gli arresti domiciliari. Per queste donne, poi, la detenzione rappresenta, spesso, un taglio netto col proprio gruppo etnico. Nel recente passato una proposta di legge ha cercato di riportare al centro dell’interesse sociale e politico, la condizione delle detenute-madri, soprattutto auspicando la creazione di case famiglia: luoghi in cui i minori possano vivere serenamente, e per quanto possibile in maniera simile ai loro coetanei, la condizione di detenzione; la possibilità di avere una crescita e uno sviluppo meno traumatico di quello che prevede la vita dietro le sbarre. Questa proposta di legge prevedeva anche delle facilitazioni per quanto riguarda la presenza delle madri quando i minori devono essere portati in ospedale, per visite, interventi o incidenti: la madre, al momento, non può accompagnare il figlio: questo compito spetta agli agenti di polizia, le madri riescono a raggiungere i figli solo quando arriva il permesso del giudice. Questo elemento mostra come, la detenzione dei figli, è un dramma anche per le detenute, che non hanno l’opportunità di svolgere il proprio ruolo di madri in tutti gli aspetti che questo ruolo prevede. Certamente il problema fondamentale da affrontare è cercare di trovare soluzioni che garantiscano sia che le donne scontino la pena, sia una vita serena per quanti, e sono troppi, che non hanno colpe di cui essere accusati. Occorre ricordare che sarebbe opportuno attenersi alla Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre del 1989 e ratificata da una legge dello Stato italiano nel 1991, secondo la quale al centro di ogni iniziativa politica e sociale, deve esserci il fanciullo e la garanzia della sua dignità, educazione, libertà. Una buona iniziativa per le madri detenute con figli a carico è quella che a Milano ha compiuto da poco un anno di attività: si tratta di una forma alternativa di detenzione, caratterizzata da una struttura con un ampio giardino, con camere doppie e singole, una ludoteca e un’infermeria, una sala comune, la cucina e la sala da pranzo, dove, oltre alle detenute e ai loro figli, vivono educatori, assistenti sociali e guardie penitenziarie in borghese, per non spaventare i piccoli. In questo modo, oltre a garantire la presenza della madre per il bambino fino a tre anni, si assicura la sua istruzione- vengono, ogni giorno, accompagnati, presso le strutture degli asili della città- e il reinserimento della madre nella società e nel mondo del lavoro. Per bambini più grandi (dai 3 ai 10 anni) al seguito delle madri detenute non è prevista alcuna possibilità di carcere alternativo. La speranza è riposta anche nella recente istituzione della Commissione Bicamerale per l’infanzia, che potrebbe agevolare ed incentivare iniziative per rendere il carcere meno gravoso per i piccoli innocenti.
Minori in carcere con le madri
Per la maggior parte dei casi, le donne in carcere con bambini di tre anni di età, appartengono alla categoria delle persone soggette alle tossicodipendenze, oppure appartenenti ad etnie straniere. La donna tossicodipendente rappresenta un problema non solo dal punto di vista della giustizia, ma anche per quanto concerne una corretta terapia medica, sia per lei, sia per il figlio. Le comunità terapeutiche che accolgono le donne con problemi di droga e i loro figli minorenni non sono ancora molto diffuse sul territorio nazionale. Esistono, in realtà, delle zone di custodia attenuata, nelle carceri, dove il regime di custodia rende possibile l’intervento terapeutico sulla tossicodipendenza; ma questi reparti degli istituti penitenziari non sono predisposti ad accogliere minorenni. Nonostante le difficoltà di interagire col sistema carcerario, negli anni, alcune associazioni sono riuscite a muoversi con iniziative a favore dei bambini detenuti. E’ il caso di un progetto di Telefono Azzurro, attivo da vari anni, dal nome ‘Infanzia in carcere’. Si cerca di diminuire il disagio del bambino che si trova in carcere, attraverso la creazione di un asilo nido interno al penitenziario: attraverso il gioco con i coetanei, i bambini imparano e conoscono il mondo delle relazioni interpersonali, senza essere sottoposti allo stress della cella, almeno per alcune ore al giorno. Questo progetto aiuta anche le madri, in quanto lo spazio condiviso limita l’istinto protettivo- spesso dannoso per i piccoli- che scatenano sui propri figli, coi quali vivono, all’interno della cella, per 24 ore al giorno. Il progetto prevede anche l’istituzione di una ludoteca attrezzata per il colloquio tra le madri detenute e i figli che si recano a visitarle in carcere, spesso sottoposti a rigide perquisizioni, per scongiurare che portino alle madri sostanze o oggetti non consentiti. Il dramma dei figli di genitori detenuti è un altro grande tema di attenzione di quanti operano nel pianeta del carcere: il figlio di un detenuto impara presto, prima degli altri, che suo padre o sua madre non sono onnipotenti e infallibili. Nonostante ciò, l’impatto col carcere è un’esperienza traumatica, per la quale le amministrazioni carcerarie si stanno attrezzando con strutture apposite (luoghi che ricordino la casa, piuttosto che il carcere) e personale che segua, dal punto di vista psicologico, gli incontri tra figli e genitori. Un’altra iniziativa tesa a rendere normale e vivibile l’infanzia dei bambini detenuti con le madri, è quella dell’associazione “A Roma Insieme”, che opera presso il carcere femminile di Rebibbia, a Roma. I volontari dell’Associazione, uno o due volte alla settimana, si impegnano a portare fuori dal carcere i figli delle donne detenute. Molto controversa è la situazione della detenzione delle donne in gravidanza e dei figli di donne che hanno partorito durante la detenzione. Il parto è già, di per sé, un momento delicato, per le donne; le ansie e le difficoltà si amplificano per le donne detenute, tanto che, vari studi, hanno messo in luce la frequenza dei parti prematuri e una percentuale di morti per parto in carcere (dovute anche alle cattive condizioni di salute della madre, spesso tossicodipendente). Una novità importante, che può portare una svolta al principio di salute, anche dietro alle sbarre, è il passaggio di competenze del sistema sanitario penitenziario alle Asl: in questo modo, anche se i tempi di attuazione potrebbero non essere brevissimi, la salute dei detenuti verrebbe equiparata a quella di liberi cittadini. Nello sforzo di ridefinizione della presenza delle donne e dei minori nelle carceri, occorre, certamente, rivalutare il ruolo della paternità, spesso posta in secondo piano: non solo la condizione di detenzione, nonostante l’ innocenza, intervengono in maniera indelebile nella vita del bambino, anche l’assenza di un punto di riferimento importante come il padre procura alterazioni difficili da risolvere.

Minori in carcere per i reati commessi
I minori non sono presenti nelle carceri solo a seguito delle madri; frequentissimo è il fenomeno della delinquenza minorile. I ragazzi in cella, alla fine del 2007, erano 446, di cui 215 italiani e 231 stranieri, provenienti soprattutto da Africa, Serbia e Montenegro, Romania. I reati commessi, per tutti, riguardano principalmente la rapina e il furto, le lesioni, gli omicidi o tentati omicidi, le violenze sessuali, il traffico di stupefacenti; i minorenni con accusa per reati di droga sono stati, nel 2007, ben 997, di cui 129 avevano tra i 14 e i 15 anni. In Italia esistono 18 carceri minorili, che spesso hanno strutture fatiscenti e mancano di personale (dei 1000 agenti previsti in servizio, ne sono presenti solo 827). Il carcere minorile di Roma ospita 55 minorenni, 34 quello di Torino, 28 sono a Bari, 23 a Palermo, 19 a Firenze e 17 nel carcere di Catanzaro. Altro neo delle carceri minorili, il fatto che esistano pochi programmi di reinserimento: questa mancanza fa sì che, nel 20-30% dei casi, dopo la scarcerazione, il minore commetta di nuovo un reato. L’età media dei giovani detenuti si sta fortemente abbassando, tanto che c’è chi auspica un abbassamento della detenzione a 12 anni: i minori colti in reato, che non hanno ancora compiuto il quattordicesimo anno di età, vengono ospitati in comunità protette, fino a tre mesi dal compimento dei 14 anni: ma nella maggior parte dei casi, fuggono prima. Perché il fenomeno della delinquenza minorile è così diffuso? Occorre indagarne le profonde ragioni sociali. Come nel resto d’Europa, anche in Italia l’attenzione per la giustizia minorile, nella sua accezione legata all’ambito penale, è iniziata ai primi del Novecento, soprattutto in seguito all’impulso di Francia, Belgio e Germania, che avevano sperimentato speciali ‘Corti per l’infanzia’. Nel nostro paese è vivo il dibattito sulle competenze tra materia civile e penale, nel trattamento dei minori detenuti. Se i minori fino a 14 anni non possono essere detenuti- per incapacità di discernimento-, anche per quelli dai 14 ai 18, nonostante una detenzione vera e propria, si cerca di puntare su progetti di rieducazione. I Centri di prima accoglienza ospitano i minori fino all’udienza di convalida; si tratta di strutture non carcerarie, che, quindi, evitano, inizialmente l’impatto con l’istituto penale. Nel Centro di prima accoglienza si cerca di capire la situazione del minore, eventualmente coinvolgendo la famiglia, o, infine, preparando la documentazione necessaria per il suo trasferimento in un istituto penale vero e proprio. Oltre al carcere esistono strutture riabilitative alternative, comunità o uffici di servizi sociali per minorenni: il loro scopo è quello di reinserire il giovane adulto detenuto nella società, senza grandi traumi, senza che venga emarginato (cosa molto frequente), senza che il contatto fra detenuti generi desiderio e tentativi di delinquere ancora. L’aumentare di mediazione nel caso della detenzione minorile e di progetti di prevenzione per i minori a rischio, sono processi assolutamente necessari, in un momento in cui la cronaca registra sempre di più una enorme quantità di delitti commessi dai minori. Il sistema carcerario è, comunque, un sistema in emergenza, che ogni giorno spende poco meno di 10 milioni di euro, per una struttura che sul piano educativo non è ancora convincente. Una percentuale di detenuti –minori e non- tra il 75 e l’80%, infatti, dopo aver scontato la pena torna in carcere per lo stesso reato.
Per quanto riguarda la devianza minorile, la crisi e il disagio di trattare questo problema non sono solo italiani, ma si riflettono su gran parte dell’Europa: la Gran Bretagna è l’unico paese europeo in cui si può essere condannati già all’età di 10 anni, e l’opinione pubblica chiede punizioni sempre più severe e ‘tolleranza zero’ nei confronti dei reati commessi dai minori. Aumentano, infatti, i teenagers che commettono azioni illegali, e cresce il numero delle ragazze coinvolte nella spirale di crimine e violenza. Anche in Francia è molto sentita la pericolosità delle bande giovanili, tanto che il governo ha intenzione di stanziare fondi maggiori per la presenza di agenti di polizia nei quartieri più a rischio (spesso si tratta anche di quartieri turistici, dove i piccoli criminali si danno al furto e al borseggio dei turisti). Il Giappone ha abbassato da 16 a 14 anni l’età della responsabilità penale, in seguito a delitti efferati commessi da gruppi di adolescenti; in Irlanda, Sudafrica e Usa la responsabilità penale è a 7 anni, a 10 in Australia, a 12 in Canada, a 13 in Algeria, Tunisia, Marocco; a 14 anni, oltre all’Italia, in Cina, Germania, Israele; a 15 in Danimarca, Egitto e Svezia; a 16 in Argentina, Portogallo e Spagna; responsabilità penale a 18 anni in Brasile, Messico e Belgio.
Minori stranieri e amministrazione della giustizia
Un fenomeno che si sta acutizzando sempre più anche in Italia è quello che riguarda le denunce a carico dei minori stranieri. Un argomento molto attuale, soprattutto per quanto riguarda i minori dell’etnia rom, e di grande rilevanza mediatica, in seguito alla proposta di prendere le impronte digitali dei sospettati di quella etnia, ancorché minorenni. I minori stranieri costituiscono un fenomeno abbastanza rilevante: sono minori spesso privi dell’accompagnamento di un adulto, sono stranieri di prima ed anche di seconda generazione. Il loro numero consistente pone degli interrogativi e delle problematiche. Ci si chiede, innanzitutto, la motivazione della tendenza al crimine (sfatato l’assurdo mito che alcune etnie abbiano, quasi, il crimine e la violenza nel proprio DNA); sovvertire il quadro di regole su cui si basa la convivenza civile, e quindi, incanalarsi in un crescendo di comportamenti ‘deviati’, può essere il risultato dello scontro e della mancata integrazione tra l’immigrato e il non immigrato. Occorre, quindi, tenere presenti tutte le ipotesi: che l’immigrato si rechi in un altro paese a scopo di commettere dei reati, o che si dedichi al crimine come conseguenza di una mancata integrazione con la cittadinanza autoctona. Il passo dal diverso al deviato, infatti, nel caso della criminalità, è davvero molto breve. Il cittadino immigrato, spesso, entra nella rete del crimine dapprima come vittima; la sua condizione svantaggiata e la crisi che comporta ogni migrazione, fa sì che spesso trovi spazio solo in contesti sociali già precari e tendenti alla devianza criminale; si tratta di contesti dove solitamente l’immigrato trova altre persone del suo paese o della sua etnia, per il quale diventa un nuovo tassello del crimine; lo sfruttamento dei nuovi arrivati, che non conoscono le dinamiche del paese in cui sono, ma hanno bisogno di affermarsi in tempi brevi, è un fenomeno molto diffuso in tutte le bande criminali straniere, presso la quale la criminalità organizzata, a scopo di traffico di armi, droga ed esseri umani da costringere alla prostituzione, è un fenomeno tristemente noto, come lo sta divenendo la criminalità organizzata di stampo terroristico. Spesso è l’idea e l’entità stessa di migrazione che si sposa, fin dal viaggio, con il crimine: nonostante la globalizzazione predichi il libero circolare di merci e persone, la stragrande maggioranza degli immigrati raggiunge i nuovi paradisi, luoghi in cui sperano di cambiare le proprie condizioni di vita, (spesso non solo a costi altissimi di viaggio –sui famigerati gommoni-, ma anche a prezzo della vita) violando la normativa sull’ingresso e sul soggiorno nei paesi, oppure ricorrendo a dichiarazioni e documenti falsi, ed entrano, così, nel circolo vizioso della criminalità e dell’illegalità. Per quanto riguarda i minori immigrati non accompagnati, o quelli di seconda generazione (quelli, cioè, i cui genitori si sono già stabiliti nel paese di approdo), la tendenza alla criminalità nasce come forma di disagio giovanile. La catena migratoria è influenzata fin dall’inizio, poiché nasce da una fuga da una realtà sociale fatta di degrado sociale e dissesto politico. Il minore straniero cosiddetto ‘non accompagnato’ è ulteriormente sottoposto al rischio crimine, poiché ha perso anche l’ultima possibilità di redenzione che può derivargli dal mantenimento dei legami familiari. Si trova di fronte allo sfruttamento lavorativo, alla difficoltà di ricevere un’istruzione adeguata e quindi di realizzare le aspettative per le quali ha lasciato il paese di origine; non è detto che fosse già nel suo paese dedito ad azioni illegali, ma lo stato di spaesamento provocato dall’immigrazione ne fa una vittima prediletta della criminalità. Gli arresti di cittadini italiani e cittadini stranieri, invece, sono numericamente uguali, perché in caso di minori stranieri non si favoriscono soluzioni alternative alla detenzione. Il dramma dei minori stranieri in carcere, ancor più di quello delle donne, è che hanno problemi di clandestinità, di integrazione, di lingua, e, nella maggior parte dei casi sono in carcere a causa di reati che loro parenti o connazionali li hanno costretti a commettere. Molto dipende dalla possibilità di avere un difensore, in seguito alla denuncia, e dalla volontà –che si predilige- di dare alla pena un valore educativo, piuttosto che solo punitivo. Tra il 2001 e il 2002 la maggior parte dei minori denunciati alle Procure proveniva dalla Serbia- Montenegro, nel 2003-2004 sono stati surclassati dai cittadini provenienti dalla Romania; i reati sono stati tutti commessi nel nord est e nord ovest Italia. I minorenni con meno di 14 anni sono in numero inferiore rispetto ai coetanei italiani; la fascia compresa tra i 16 e i 17 anni è la più rappresentata in ogni zona del paese; l’innalzamento dell’età è un dato allarmante, poiché indica una scelta più consapevole e meno vincolata dalla coercizione degli adulti. I minorenni per i quali si inizia un procedimento penale vengono presi, fin dall’inizio, in carico dall’Ufficio di Servizio Sociale per minorenni (USSM), che provvede anche all’applicazione di procedimenti che non coinvolgano la riduzione della libertà, come nel caso della cosiddetta messa alla prova. Se il procedimento inizia con il fermo o l’arresto, prima di essere preso in carico dall’USSM, il minorenne è affidato ad un centro di prima accoglienza (CPA), fino alla convalida del fermo e alla decisione di trattamento cautelare. La custodia cautelare e la condanna vengono affrontate all’interno degli Istituti penali per minorenni, dove il detenuto è sostenuto da un’equipe formata da uno psicologo, un educatore, un assistente sociale. Nel loro caso, fondamentale nella riabilitazione, è il ruolo del mediatore culturale. Questa figura soprattutto nei luoghi in cui la presenza di stranieri è preponderante, può essere di grande aiuto agli altri operatori nel ruolo di risocializzazzione e rieducazione dei minori detenuti; il mediatore deve dedicarsi ad un continuo studio del paese di provenienza del ragazzo e del suo rapporto col paese d’arrivo. Per questo è necessario non solo che il mediatore conosca perfettamente la lingua del ragazzo immigrato, per facilitare la comunicazione e la comprensione reciproca, ma che sappia interpretare tutte le caratteristiche personali e del rapporto con gli altri, che gli derivano dalla cultura, dalla tradizione e dalla religione del paese natale. Per cercare di comprendere un ragazzo- straniero o italiano- e di decodificare le motivazioni e il percorso che lo hanno condotto a commettere un crimine, è necessario conoscerne tutto l’apparato familiare, sociale e culturale che aveva fuori dal carcere. Il mediatore culturale si trova a dover affrontare diverse funzioni, a seconda che il suo intervento si attui fuori o dentro il carcere: nel CPA è la prima persona con cui il ragazzo straniero entra in contatto e al quale racconta la sua vicenda e le notizie necessarie per andare avanti col provvedimento; per quanto riguarda il passaggio del minore immigrato in strutture detentive, il mediatore si preoccupa non solo di reperire la struttura più adeguata al cambiamento del ragazzo, ma lo assiste e lo accompagna, rendendosi presente per tutto il percorso educativo che il minore deve seguire. Per agevolare il rapporto tra minore immigrato e mediatore culturale, che è alla base della buona riuscita di un progetto educativo e riabilitativo ‘dietro le sbarre’, oltre che di un tentativo di integrazione, si prediligono, ai momenti formali, che pur sono necessari, dei momenti informali in cui la conoscenza tra i due possa avvenire in maniera più libera, ed il mediatore possa inquadrare la personalità del giovane detenuto anche a partire dal suo atteggiamento nel ‘pianeta carcere’.
Esistono, poi, per i minorenni accusati di un qualche crimine, le Comunità, dove si pratica una custodia meno severa e si predilige il recupero del minore che ha commesso un crimine. Per quanto riguarda la tipologia dei reati, c’è sintonia tra i minorenni italiani e quelli stranieri: i reati contro il patrimonio sono più numerosi di quelli verso le persone, rilevanti sono i delitti contro la fede pubblica, lo spaccio di stupefacenti. Un ruolo sempre più importante è ricoperto dall’accattonaggio, a cui sono sottoposti bambini e giovanissimi, sotto le minacce degli adulti della loro etnia; un tipo di reato che ben si coniuga con lo sfruttamento e una vera e propria riduzione in schiavitù. I minori stranieri sono, in generale, più inclini a crimini contro il patrimonio e contro la fede pubblica, per procacciarsi denaro o documenti di cui hanno immediatamente bisogno. Il sistema penale minorile italiano è a suo modo all’avanguardia per quanto riguarda la costruzione di percorsi educativi che rispecchino l’identità del detenuto straniero e le motivazioni della sua migrazione dal paese d’origine; comprendere le diversità e favorire l’integrazione sono, certamente, i punti di partenza di un percorso che non sia solo di detenzione, ma soprattutto di redenzione e preparazione al ritorno alla libertà.
La documentazione proposta in questo servizio
è tratta dal Dossier 'Nessuno nasce delinquente'
dell'Agenzia Vaticana Fides (Direttore: Luca De Mata) |